Monza. Salernitana muore per intervento estetico. Fratello: “Vogliamo giustizia” Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada

Monza. “C’è gente che si salva stando male in mezzo a una strada e mia sorella che era in mano a un dottore, in una clinica, è morta. Non è accettabile». Antonio Avallone è il fratello di Maria Teresa, morta alle 10.35 di venerdì a 39 anni dopo tre giorni di coma per una reazione durante la preparazione con anestesia locale a un trattamento estetico. Antonio è avvocato in provincia di Salerno. E sarà lui a seguire il nel processo penale: “Ci costituiremo parte civile, e faremo una causa civile – anticipa -. Questo dottore deve pagare penalmente per essere stato impreparato all’emergenza. Con colpa grave». Il dolore personale e la lucidità professionale. Maria Teresa avrebbe dovuto sottoporsi a “un trattamento in day hospital di rialzo dei glutei con fili sottocutanei in modo del tutto non invasivo e indolore, e non una liposuzione ai glutei”, come precisato dall’avvocato Gianmaria Palminteri, difensore del chirurgo indagato. Martedì l’appuntamento. “Non ne eravamo a conoscenza, non siamo mai stati d’accordo a tutti questi interventi, e credo che neanche la sua migliore amica lo sapesse – racconta Antonio -. Doveva essere una cosa veloce, aveva lasciato il suo cagnolino, che lei considerava come un figlio, solo a casa». Maria Teresa, impiegata all’ospedale San Raffaele di Milano era single. I genitori, Antonino e Giuseppa, vivono a Salerno come Antonio. Anche se il papà era in Brianza da qualche giorno, ospite dell’altro figlio, Marcello, che vive ad Arcore. “Quando mia sorella sapeva di doversi assentare per tanto tempo lasciava il cane all’amica, ma lei da quell’intervento pensava di tornare presto. E invece…”. Invece “il medico è stato capace di far riprendere il battito del cuore nell’immediato. Ed è questo che ha causato la morte – l’ipotesi dell’avvocato Avallone -. Il perdurare oltre la mezz’ora dell’assenza di circolo ha provocato i danni irreversibili al cervello, tutti gli altri organi erano in perfette condizioni come hanno verificato i medici. E quindi, indipendentemente dalla sostanza iniettata e dalla reazione, quel chirurgo non è stato pronto mentre gli infermieri del 118, quando sono arrivati allo studio, ci sono riusciti. Già da qui deriva, a mio parere, una responsabilità oggettiva». Oltrettutto continua Antonio, «nella clinica hanno trovato anche un defibrillatore ma non sappiamo se è stato utilizzato, se ha saputo utilizzarlo, se era a norma. E quindi, se aveva un defibrillatore in studio vuol dire che anche nel suo ambito si possono verificare delle emergenze». E ancora, «è possibile che il medico fosse da solo, come lui stesso ha dichiarato? – il dubbio di Antonio -. Un aspetto da valutare. Mi chiedo anche quando abbia trovato il tempo per chiamare il 118. Quando era al telefono le sue mani erano impegnate, ha perso tempo e in queste situazioni il tempo è prezioso. Evidentemente ha dovuto smettere di fare il massaggio cardiaco”. Interrogativi a cui dovranno dare risposta l’inchiesta del pm di Monza Sara Mantovani e l’autopsia che dovrebbe essere eseguita nei prossimi giorni. “Di certo mia sorella era sana quando è entrata in quello studio. Per una stupidaggine non tornare a casa è un fatto gravissimo. Dev’essere da monito a tutte le persone che ogni giorno fanno questi piccoli interventi”. (Il Giorno)

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