Futuro del credito cooperativo: parola all’avvocato Laura Lippiello Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada

l'intervento dell'avvocato Laura Lippiello, responsabile Area Affari Legali e Presidio del Credito della Bcc Aquara

Algoritmi e persone: il futuro del credito cooperativo: l’intervento dell’avvocato Laura Lippiello, responsabile Area Affari Legali e Presidio del Credito della Bcc Aquara. 

Con la nascita del Meccanismo di Vigilanza Unico, la Banca Centrale Europea ha iniziato ad esercitare pressioni crescenti sulle Banche per ridurre i crediti deteriorati e scongiurare il rischio di concedere credito a chi non può restituirlo. Nella valutazione dei bilanci delle aziende, anche il Credito Cooperativo è stata investita di questa nuova attività, adottando criteri più standardizzati e rigorosi rispetto al passato. Tradizionalmente, le BCC basavano molte decisioni sulla conoscenza diretta dell’imprenditore e del territorio. Oggi, pur mantenendo questa virtù, devono affiancarla ad un’analisi più approfondita dei dati economico-finanziari dell’impresa.

Normative più rigorose

Le Banche oggi si confrontano con normative più rigorose, devono valutare con maggiore attenzione la capacità di rimborso dei clienti. Vengono effettuati controlli sul rischio, attraverso una vera e propria ispezione di dati che si incrociano tra loro e determinano il rating del cliente, un numerino che è il frutto di un’analisi tra bilancio, capacità prospettica, reddito, indebitamento, storia creditizia, segnalazioni, stabilità e progettualità. I sistemi di rating attribuiscono un punteggio al rischio dell’impresa sulla base di queste informazioni. Tutto questo ha reso l’accesso al credito più legato a indicatori oggettivi e meno alla sola relazione personale tra banca e cliente.

Le persone al centro del credito cooperativo

Il Credito Cooperativo è stato catapultato nel mondo della digitalizzazione, sistemi informatici e modelli statistici che danno forma alle decisioni e che, in caso di esito negativo, vincolano l’operatore a superare la valutazione personale tradizionalmente tipica delle BCC. In sintesi, le BCC non hanno abbandonato il rapporto con il territorio, ma la valutazione dei bilanci aziendali è diventata più centrale e tecnica per rispettare le norme di vigilanza e contenere il rischio di credito. Per migliorare l’accesso al credito, le aziende devono rafforzare il patrimonio, aumentare i mezzi propri (capitale sociale, riserve, utili reinvestiti), migliorare la redditività, incrementare margini e utili attraverso una gestione più efficiente o una crescita sostenibile del fatturato. Tenere sotto controllo l’indebitamento e dunque evitare un eccessivo ricorso al debito, mantenendo un equilibrio tra capitale proprio e capitale di terzi. Gestire bene la liquidità, presentare bilanci chiari e puntuali e predisporre un business plan credibile, soprattutto per investimenti o progetti di sviluppo, mostrando obiettivi, strategie, capacità prospettica di rimborso con previsioni finanziarie realistiche. Le banche oggi guardano non solo ai risultati passati, ma anche alla capacità dell’impresa di generare reddito e cassa in futuro. Per questo è importante che l’azienda sappia spiegare la propria strategia e dimostrare la sostenibilità dei propri progetti. È essenziale anche diversificare clienti e fornitori e pertanto ridurre la dipendenza da pochi soggetti. Infine, mantenere una buona storia creditizia, rispettare le scadenze di pagamento e gli impegni assunti con banche e fornitori.

Tuttavia, la finanza non è solo questo e le BCC reggono le pressioni per dimostrarlo. Il 10 giugno sul Quotidiano l’Avvenire, il Cardinale Zuppi ha scritto un bellissimo articolo intitolato “La finanza metta al centro la persona”. Zuppi evidenzia l’allarme sulla logica speculativa. Non lo commento, ma vi esorto a leggerlo. Uno scritto che ricorda il ruolo storico delle Bcc. La finanza può essere non soltanto efficiente, ma anche umana; non soltanto competitiva, ma anche generativa di relazioni e di fiducia. La loro presenza costituisce un presidio di pluralismo economico e un argine contro l’omologazione dei modelli di sviluppo, testimoniando come la crescita autentica non possa prescindere dall’attenzione alle persone e ai territori nei quali essa prende forma.

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