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Patty Pravo compie 70 anni! Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

patty pravo

Venezia. Bugie, nient’altro che bugie. I compleanni non esistono, o almeno non per le divine. Troppo volgare il solo pensarlo. I 70 anni sono una mera convenzione numerica. Sì, è vero, a un certo punto del tempo Nicoletta Strambelli è effettivamente nata a Venezia, e del resto questa appartenenza l’ha rivendicata in vari modi, anche per la sua indomabile vocazione all’indipendenza, manifestata fin da piccola, fin da adolescente, fin da quando fu notata al Piper Club di Roma e “inventata” come la ragazza beat per eccellenza. Le fu perfino suggerito un nome, Pravo, tanto per non essere banalmente Bravo, e per evocare in assonanza i ribelli olandesi dell’epoca, chiamati Provos. In fin dei conti la radice è quella, provo, provocazione, e lei sebbene all’inizio fosse effettivamente manovrata, in parte decisa da altri, era già lei: quel nome, Patty Pravo, se l’è stampato addosso, pronta a dare battaglia, pronta a non far decidere a nessun altro, realmente, quello che doveva essere. Anche il titolo “ragazza beat”, per quanto grazioso, moderno, era riduttivo. La piccola grande rivoluzione che Patty Pravo portò nel mondo della canzone consisteva in uno slittamento totale. Era semplicemente una donna che cantando rimaneva donna per intero, con la sua testa, col suo corpo, con la sua personalità, con la sua voglia di libertà. Nella voce c’era tutto questo, c’era eros ed eleganza, autonomia e bellezza. Semplice ma fondamentale, e questa crescita riuscì a scandirla con una serie di successi imperdibili: Se perdo te, Ragazzo triste, Il paradiso (firmata Mogol-Battisti). Qui è là, Tripoli 69 (scritta da un ancora sconosciuto Paolo Conte). Il suo 68 l’ha identificato in un pezzo celeberrimo, La bambola. Leggenda vuole che all’inizio non fosse propriamente felice per quel pezzo che sembava sminuirne la carica trasgressiva e provocante. In fondo evocava vecchi stereotipi e soprattutto una figura di donna sottomessa, una bambola appunto. Ma è proprio in una canzone come questa che si capiscono il senso e la forza della sua personalità. La canzone, al di là del fatto di essere stata un successo clamoroso, ancora oggi una sorta di marchio di fabbrica, cantata da lei diventava esattamente il contrario di quello che sembrava. Altro che donna sottomessa. “Tu mi fai girar come fossi una bambola, poi mi butti giù come fosse una bambola”, le parole quello dicevano, senza alcun dubbio, eppure quello che traspariva era tutt’altro, casomai la sottile perversione di una donna perfettamente consapevole, che sta giocando e infatti poi dice “no ragazzo no”, un ragazzo appunto, e lei fissa lì la sua immagine, dall’alto della sua femminilità e ammonisce il “ragazzo” che poco o nulla ha capito del suo raffinato gioco di ruolo: “tu non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più”. A dire il vero non restava che compatire il povero ragazzo. A quel tempo Patty imparò a decidere, a scegliere, voleva cantare Leo Ferré, Jacques Brel e Vinicius De Moraes, e ci riuscì, gettando scompiglio nel suo entourage, nei discografici che avrebbero continuato quel gioco di hit all’infinito. Per riuscirci cambiò casa discografica e da allora non ha mai smesso di farlo. Così come non ha mai smesso di cambiare, pur rimanendo infallibilmente se stessa, attratta di tanto in tanto da avventure spericolate e apparentemente insensate, che l’hanno portata verso rotte oblique, trasversali, e anche in qualche caso a scomparire dall’orizzonte del successo. Successe tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta: buio, assenza, dimenticanze, stranezze, servizi fotografici osé, un periodo oscuro da cui emerse ricomparendo, algida e astratta, bellissima, vestiva da Versace, scendendo dalla scala allestita sul palco di Sanremo del 1984 cantanto Per una bambola. A proposito di bambole. Quella volta, come tante altre volte era stata stanata da quelle canzoni di successo che sono andate a cercarla per attrazione magnetica, ed è così che sono venute fuori Pazza idea, Pensiero stupendo, E dimmi che non vuoi morire, spesso perché artisti di valore scrivevano pensando proprio a lei, alla sua voce profonda e calda, alla sublime ambiguità del timbro, alla forza imperiosa della personalità. In fin dei conti pensando a lei per quello che è, ovvero soprattutto e definitivamente un’icona pop. E a un’icona pop non è giusto ricordare quanti anni compie. Né tantomeno che, se proprio dovessimo attaccarci alle convenzioni, questo presunto compleanno cadrebbe proprio il nove aprile. Sciocchezze, bugie. Le divine non compiono gli anni, sono fuori dal tempo. (repubblica.it)

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