Matrimoni e unioni civili in forte calo, in lieve diminuzione anche i divorzi Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada

Nel 2019 sono stati celebrati in Italia 184.088 matrimoni, 11.690 in meno rispetto all’anno precedente (-6,0%). Il calo riguarda soprattutto i primi matrimoni. Scendono anche le seconde nozze o successive (-2,5%) ma aumenta la loro incidenza sul totale: ogni 5 celebrazioni almeno uno sposo è alle seconde nozze. I divorzi diminuiscono leggermente (85.349, -13,9% rispetto al 2016, anno di massimo relativo) dopo il boom dovuto agli effetti delle norme introdotte nel 2014 e nel 2015 che hanno semplificato e velocizzato le procedure. Pressoché stabili le separazioni (97.474).

Ancora in crisi i primi matrimoni

In oltre quarant’anni di calo della nuzialità, si sono verificate solo brevi oscillazioni legate soprattutto a periodi di anticipazione o posticipazione delle nozze. Per citare alcuni esempi, un caso di aumento congiunturale dei matrimoni è stato osservato nel 2000, per l’attrattività che tale anno ha esercitato su chi ha voluto celebrare le proprie nozze all’inizio del nuovo millennio. All’opposto, nel triennio 2009- 2011 si è osservata una diminuzione particolarmente accentuata dovuta al crollo delle nozze dei cittadini stranieri, scoraggiati dalle modifiche legislative volte a limitare i matrimoni di comodo e dagli effetti della crisi del 2008 che li ha colpiti particolarmente. i Al netto delle fluttuazioni congiunturali, la diminuzione dei matrimoni è dovuta prevalentemente al calo delle prime nozze. Assumendo come riferimento il 2008 (anno che precede le varie modifiche legislative appena illustrate e che segna l’inizio della recessione economica), i matrimoni tra celibi e nubili sono passati da 212 mila a poco più di 146 mila. Nel 2019 si registra un nuovo minimo relativo delle prime nozze rispetto a quello osservato nel 2017 (152.500). Nella maggior parte dei casi i primi matrimoni riguardano sposi entrambi italiani (84,5%), in forte flessione rispetto al 2008: da 185.749 a 123.509 nel 2019 (-33,5%).

Sempre più tardi le prime nozze

Il calo dei primi matrimoni è da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more uxorio) che sono più che quadruplicate dal 1998-1999 al 2018-2019, passando da circa 340 mila a 1 milione 370 mila. L’incremento dipende prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili (da 150 mila a 834 mila circa). Le libere unioni sono sempre più diffuse anche nel caso di famiglie con figli; l’incidenza di bambini nati fuori del matrimonio è in continuo aumento: nel 2019 un nato su tre ha genitori non coniugati. Sono in continuo aumento anche le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.

Meno matrimoni tra i più giovani

La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è, come è noto, dovuta a molteplici fattori: aumento diffuso della scolarizzazione e allungamento dei tempi formativi; difficoltà nell’ingresso nel mondo del lavoro e condizione di precarietà del lavoro stesso; difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni. L’effetto di questi fattori si amplifica nei periodi di congiuntura economica sfavorevole, spingendo i giovani a ritardare ulteriormente, rispetto alle generazioni precedenti, le tappe dei percorsi verso la vita adulta, tra cui quella della formazione di una famiglia. Il calcolo dell’indice (o tasso) di primo-nuzialità totale consente, tenendo conto della composizione per età della popolazione, di misurare la propensione al matrimonio che si avrebbe se l’intensità della primo nuzialità rilevata nelle diverse fasce di età nel corso nell’anno di osservazione, dovesse caratterizzare l’intero ciclo di vita di una generazione (operando distintamente per maschi e femmine). L’indicatore può essere calcolato considerando tutte le età da 16 anni compiuti in poi, oppure può essere riferito a un intervallo di età specifico. A tale proposito il calcolo dell’indicatore tra 16 e 49 anni, usualmente diffuso dall’Istat, consente il monitoraggio dell’evoluzione dei processi di formazione delle nuove famiglie con riferimento alle stesse fasce di età in cui si misura l’intensità della fecondità. Tale indice segnala, in base a quanto registrato nel 2019, un’intensità di 410 primi matrimoni per 1.000 uomini e 455 per 1.000 donne; valori che sono ancora più bassi rispetto ai minimi già registrati nel 2017 per gli uomini (419 per mille) e nel 2014 per le donne (465 per mille). La propensione a sposarsi per la prima volta subisce un vero e proprio crollo, rispetto al 2014, tra i giovani fino a 34 anni (rispettivamente -9,5% per gli uomini e -7,8% per le donne). Aumenta invece tra i 35 e i 49 anni (+ 12,2% e +23,1%), proprio per effetto della posticipazione dell’evento verso età sempre più mature (Figura 1). D’altra parte sono proprio i giovani sino a 34 anni a non aver ancora recuperato l’occupazione persa negli anni precedenti. Il rinvio delle prime nozze è dunque sempre più accentuato: attualmente per i primi matrimoni entro i 49 anni di età gli uomini hanno in media 33,9 anni e le donne 31,7 (rispettivamente 1,8 e 2,3 anni in più rispetto al 2008).

Quasi due matrimoni su 10 con almeno uno sposo straniero

Nel 2019 sono state celebrate 34.185 nozze con almeno uno sposo straniero, valore sempre in aumento negli ultimi 5 anni. Questa tipologia di matrimoni riguarda quasi due matrimoni su 10 (il 18,6% del totale dei matrimoni). I matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a oltre 24 mila nel 2019 e rappresentano la parte più consistente (70,7%) dei matrimoni con almeno uno sposo straniero. Nelle coppie miste la tipologia più frequente è quella in cui lo sposo è italiano e la sposa è straniera (17.924, pari al 9,7% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2019). Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 6.243, il 3,4% del totale delle spose. Le cittadinanze coinvolte sono molto diverse a seconda della tipologia di coppia considerata. Gli uomini italiani che nel 2019 hanno sposato una cittadina straniera hanno nel 17,0% dei casi una moglie rumena, nel 14,0% un’ucraina, nel 6,5% una brasiliana e nel 6,3% una russa. Le donne italiane che hanno contratto matrimonio con un cittadino straniero, invece, hanno più spesso sposi con cittadinanza marocchina (15,2%) o albanese (9,7%). Il nostro Paese esercita un’attrazione per numerosi cittadini provenienti soprattutto da paesi a sviluppo avanzato che scelgono l’Italia come luogo di celebrazione delle nozze. I casi in cui entrambi gli sposi sono stranieri sono 10.018 (il 5,4% dei matrimoni totali). Se si considerano solo quelli in cui almeno uno degli sposi è residente in Italia il totale è pari a 5.924 nozze. Considerando i matrimoni di sposi entrambi stranieri in cui almeno uno è residente in Italia, quelli più diffusi sono tra rumeni (1.462 nel 2019, pari al 24,7% dei matrimoni tra sposi stranieri residenti), seguono quelli tra nigeriani (799 pari al 13,5%) e ucraini (487 pari a 8,2%). Le ragioni di questi diversi comportamenti nuziali vanno ricercate, verosimilmente, nei progetti migratori e nelle caratteristiche culturali proprie delle diverse comunità oltre che nella connotazione maschile o femminile che le collettività presentano. In molti casi i cittadini immigrati si sposano nel paese di origine e i coniugi affrontano insieme l’esperienza migratoria, oppure si ricongiungono nel nostro Paese quando uno dei due si è stabilizzato. Mettendo a confronto alcune tra le principali cittadinanze residenti in Italia colpisce, infatti, come cambi la distribuzione per tipologia di coppia (Figura 2). Nel caso delle cittadinanze ucraina, russa, polacca e brasiliana si tratta in larghissima parte di matrimoni tra donne straniere e uomini italiani. Situazione opposta si riscontra nel caso, ad esempio, della cittadinanza marocchina dove a primeggiare sono nettamente i matrimoni tra sposi stranieri e spose italiane. La quota di matrimoni con sposi entrambi stranieri contraddistingue i cittadini nigeriani e, in misura minore, peruviani e cinesi. Infine, i matrimoni che coinvolgono i cittadini albanesi mostrano una maggiore equidistribuzione tra le varie tipologie.

Più sposi stranieri al Centro e al Nord

La quota dei matrimoni con almeno uno sposo straniero è notoriamente più elevata nelle aree in cui è più stabile e radicato l’insediamento delle comunità straniere, cioè al Nord e al Centro. In queste due aree del Paese quasi un matrimonio su quattro ha almeno uno sposo straniero mentre nel Mezzogiorno questa tipologia di matrimoni è circa del 10%. A livello regionale in cima alla graduatoria vi sono la provincia autonoma di Bolzano (32,4%), la Toscana (28,1%), l’Umbria (26,8%) e la Lombardia (25,3%). Tutte le regioni del Mezzogiorno si trovano sotto la media nazionale.

Aumenta la quota di seconde nozze

L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie ricostituite composte da almeno una persona che ha vissuto una precedente esperienza matrimoniale, generando nuove tipologie familiari. Nel 2019, il 20,6% dei matrimoni riguarda almeno uno sposo alle seconde nozze (o successive) (13,8% nel 2008). L’evidente aumento – soprattutto nel biennio 2015-2016 – deriva in misura significativa dall’introduzione del divorzio breve; il valore registrato nel 2019 (37.938), invece, è del tutto in linea con quello dei due anni precedenti, ipotizzando quindi una sostanziale stabilizzazione della quota di secondi matrimoni. La tipologia più frequente tra i matrimoni successivi al primo è quella in cui lo sposo è divorziato e la sposa è nubile (12.928 nozze, il 7,0% dei matrimoni celebrati nel 2019); seguono le celebrazioni in cui è la sposa divorziata e lo sposo è celibe (5,9 %) e quelle in cui entrambi sono divorziati (5,6%). Anche l’età media degli sposi al secondo matrimonio mostra un aumento consistente tra il 2008 e il 2019. L’età degli sposi precedentemente vedovi è passata da 61,2 anni a 70,9 e quella delle spose precedentemente vedove da 48,4 anni a 51,4. Analoga tendenza per gli sposi divorziati: nel 2019 gli sposi già divorziati hanno in media 54,9 anni e le spose già divorziate 47,2 anni (rispettivamente +6,8 anni per gli uomini e +4,6 per le donne rispetto al 2008). La posticipazione delle tappe del ciclo di vita, accompagnata dall’aumento dei livelli di sopravvivenza, coinvolge quindi in maniera sempre più evidente anche chi decide di sposarsi per la seconda volta. Le percentuali più elevate di matrimoni con almeno uno sposo alle seconde nozze sul totale delle celebrazioni si osservano, nell’ordine, in Liguria (33,1%), Valle d’Aosta (32,3%), Friuli-Venezia Giulia (31,0%), Emilia-Romagna (29,4%) e Piemonte (29,0%). Le incidenze più basse si rilevano, invece, in Basilicata (7,9%), Calabria (9,4%) e Campania (10,0%), con percentuali più che dimezzate rispetto al valore medio nazionale (Figura 6). I matrimoni successivi al primo sono più diffusi laddove si registrano i tassi di divorzio più elevati, ovvero nelle regioni del Nord e del Centro.

Con rito civile più della metà delle nozze

Un altro tratto distintivo dell’evoluzione della nuzialità è la crescita sostenuta delle nozze celebrate con il rito civile, passate dal 2,3% del 1970, al 36,7% del 2008 fino al 52,6% del 2019 (96.789 matrimoni celebrati con rito civile). I matrimoni con rito civile sono 2 su 3 al Nord e circa 1 su 3 al Sud. Sono celebrate prevalentemente con rito civile le seconde nozze e successivev (94,8%) e i matrimoni con almeno uno sposo straniero (90,3%), entrambe in deciso aumento: le prime dal 13,8% sul totale dei matrimoni celebrati nel 2008 al 20,6% del 2019, le seconde dal 15,0% al 18,6%. L’aumento del rito civile, quindi, è in parte spiegabile con la corrispondente crescita di queste tipologie di matrimonio. Tuttavia, la scelta di celebrare il matrimonio con il rito civile si sta affermando rapidamente anche nei primi matrimoni (dal 27,9% del 2008 al 41,6% del 2019). Considerando i primi matrimoni di sposi entrambi italiani, che costituiscono l’84,5% del totale dei primi matrimoni, l’incidenza media di quelli celebrati con il rito civile è del 33,4% (20% nel 2008). Questa quota – che può essere letta come un indicatore di secolarizzazione – presenta una spiccata variabilità territoriale: si passa dal 21,2% nel Mezzogiorno al 43,5% del Nord e al 41,1% del Centro (Figura 4). Un altro aspetto è legato alla struttura per età degli sposi entrambi italiani: tra i giovani under30 che si sposano per la prima volta si osserva un comportamento più “tradizionale” rispetto a chi si sposa in età successive; la quota di primi matrimoni celebrati con rito civile è, infatti, al 26,5% per i più giovani e al 39,4% per chi si sposa per la prima volta in età più matura. Per i più giovani, inoltre, la variabilità territoriale è più contenuta, pur restando evidente il gradiente Nord-Mezzogiorno (30,2% contro 23,4%). Per chi si sposa dai 30 anni in su il differenziale territoriale è ancora più marcato: si va dal 50,8% di prime nozze celebrate con rito civile al Nord, al 46,3% del Centro, rispetto al 22,6% del Mezzogiorno. Anche la scelta del regime patrimoniale di separazione dei beni è un fenomeno in rapida crescita: nel 2019 riguarda il 72,8% dei matrimoni (62,7% nel 2008, 40,9% nel 1995).

Unioni civili di coppie dello stesso sesso più diffuse nel Nord-ovest

Il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la Legge che ha introdotto in Italia l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.vi Nel corso del secondo semestre 2016 si sono costituite 2.336 unioni civili, un numero particolarmente consistente che ha riguardato coppie da tempo in attesa di ufficializzare il proprio legame affettivo. Al boom iniziale ha fatto poi seguito un progressivo ridimensionamento. Nel 2019 sono state costituite 2.297 unioni civili (tra coppie dello stesso sesso) presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), e degli anni 2017 (4.376)vii e 2018 (2.808). Come atteso, dopo il picco registrato subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge, il fenomeno si sta progressivamente stabilizzando. Il 37,9% delle unioni civili è nel Nord-ovest, seguito dal Centro (26,7%). Tra le regioni in testa si posiziona la Lombardia con il 24,5%, seguono Lazio (15,3%), Piemonte (9,6%), Emilia-Romagna (9,3%) e Toscana (8,8%). Considerando i tassi per 100mila residenti, il Lazio si colloca al primo posto (6,1 per 100mila), seguito da Lombardia (5,6), Toscana e Liguria (5,4). Emerge con particolare evidenza il ruolo attrattivo di alcune metropoli. Nel 2019 nel comune di Roma e in quello di Milano le unioni sono state complessivamente il 20,3% del totale (rispettivamente il 10,8% e il 9,5%). Particolarmente rilevante è il ruolo della provincia di Roma dove si è concentrato il 14,0% di tutte le unioni civili e di quella di Milano (con il 12,3% del totale delle unioni). Si conferma anche nel 2019 la prevalenza di coppie di uomini (1.428 unioni, il 62,2% del totale), anche se in progressivo ridimensionamento (73,6% nel 2016, 67,7% nel 2017 e 64,2% nel 2018). Tale quota è abbastanza simile in tutte le ripartizioni: dal 60,4% del Sud al 66,4% delle Isole. In Lombardia le unioni civili di uomini sono il 65,1%, nel Lazio il 62,8%.

Unioni civili distribuite in tutte le classi di età

Il profilo per età “più maturo” di coloro che si sono uniti civilmente nel 2019 ben si coglie se si confronta con quello di coloro che si sono sposati nello stesso anno (Figura 6). Se nel 2019 il 43,9% degli sposi e il 52,8% delle spose ha tra 25 e 34 anni, gli uomini e le donne che hanno costituito un’unione nella stessa fascia d’età sono rispettivamente il 22,8% e il 31,1%. Inoltre, per le unioni civili tra persone dello stesso sesso (soprattutto per gli uomini) si nota una maggiore equidistribuzione tra le varie classi di età e valori consistenti di unioni anche in classi in cui i matrimoni, invece, cominciano a diradarsi. Ad esempio, tra i 55 e i 59 anni gli uniti sono l’8,8% mentre gli sposi di quella stessa età ammontano a meno della metà (4,2%). Il 37,5% delle donne che si sono unite civilmente nel 2019 ha tra 30 e 39 anni ma anche le età successive presentano valori consistenti. La fascia di età in cui ci si sposa maggiormente è quella tra 30 e 34 anni per entrambi i sessi (circa 27%); tuttavia le spose continuano a mantenere un profilo per età un po’ più giovane: il 25,5% di esse si è sposata tra i 25 e i 29 anni (rispetto al 16,4% degli uomini). Questa disparità si conferma anche se si considerano gli sposi con più di 64 anni: 3,6% tra gli uomini e 1,0% tra le donne. Tale proporzione si presenta più che raddoppiata rispetto al 2008 sia per gli uomini sia per le donne (erano rispettivamente 1,4% e 0,4%). Il divario esistente tra i profili maschili e femminili emerge anche considerando gli uniti civilmente in coppie dello stesso sesso. Gli uomini sono distribuiti in maniera quasi omogenea nelle classi di età tra i 30 e i 49 anni. Le donne, invece, sono mediamente più giovani: quasi 2 su 10 hanno tra 30 e 34 anni e 1 su 10 tra 25 e 29 anni. Ad avere almeno 65 anni è il 6,8% degli uomini e il 3,3% delle donne. La distribuzione per età degli uniti civilmente è in progressivo “ringiovanimento”. Vista la recente introduzione di questa tipologia di unione, soprattutto nei primi anni (2016 e 2017), la struttura per età risultava particolarmente “invecchiata” proprio perché si sono unite coppie che erano insieme da tempo e aspettavano solo la possibilità di ufficializzare la propria famiglia.

Separazioni e divorzi: non più solo in Tribunale

La tradizionale dicotomia tra provvedimenti di separazione/divorzio consensuali e giudiziali che si definiscono presso i 140 Tribunali italiani viene superata, a fine 2014, con l’introduzione dei percorsi consensuali extragiudiziali. Considerando quindi il complesso dei provvedimenti consensuali, più di una separazione consensuale su quattro e quasi un divorzio consensuale su due avviene al di fuori del tribunale. Per chi sceglie gli accordi extragiudiziali per separarsi o divorziare le quote delle negoziazioni assistite da avvocati (art. 6) sono, rispettivamente, 37,7% e 24,9%, entrambe in crescita rispetto al 2015 (32,2% e 19,2%). Tuttavia, la componente che in questi anni sta consolidando sempre più la propria importanza è quella degli accordi extragiudiziali direttamente presso gli Uffici di Stato Civile (art. 12). Nel 2019, 14.693 separazioni e 20.222 divorzi sono stati effettuati direttamente presso il comune (con tempi e costi molto più contenuti rispetto alle altre fattispecie): si tratta del 15,1% di tutte le separazioni e del 23,7% di tutti i divorzi. L’obiettivo dell’introduzione di questa tipologia di accordi – con la cd. “degiurisdizionalizzazione” – è stato proprio quello di semplificare e velocizzare i percorsi per concludere la propria unione e di alleggerire al contempo il carico di lavoro dei Tribunali. A distanza di alcuni anni dall’avvio di queste procedure, l’alleggerimento del carico di lavoro sui Tribunali è testimoniato dal ridimensionamento del peso dei provvedimenti consensuali sul totale delle procedure definite presso i Tribunali (circa 20 punti percentuali in meno tra 2014 e 2019 nei divorzi). Anche l’obiettivo di ridurre la durata dei procedimenti è stato raggiunto, almeno per quanto riguarda quelli extragiudiziali. La durata media del procedimento per questi ultimi è, infatti, mediamente molto più breve: circa 40 giorni contro i circa 160 giorni nel caso di divorzi consensuali presso i Tribunali. Rimangono invece ancora molto lunghi i procedimenti in caso di divorzio contenzioso giudiziale (circa un anno e mezzo).

Nel Nord più diffusi i divorzi extragiudiziali

Il ricorso agli accordi extragiudiziali di divorzio è diffuso in tutto il Paese ma la propensione a ricorrere a queste procedure è maggiore tra i residenti nel Nord d’Italia. Anche la preferenza verso la procedura ex art.12 (direttamente presso lo Stato Civile) o verso quella ex art.6 (negoziazioni assistite da avvocati) varia sul territorio nazionale. Le regioni in cui il ricorso alle procedure ex art. 12 è più diffuso, con il vincolo di tutte le condizioni già ricordate, sono la Valle d’Aosta (36,5%), la provincia autonoma di Bolzano (34,9%), l’Emilia-Romagna (32,6%) e il Piemonte (31,6%). La quota di accordi ex art. 6 raggiunge il suo valore massimo nel Lazio (14,0%) e nelle regioni del Mezzogiorno, in particolare in Basilicata (12,9%), Campania (11,2%) e Sicilia (10,8%). Per quanto riguarda il versante dei divorzi consensuali conclusi in tribunale, le regioni in cui sono più diffusi sono la Basilicata (53,1% sul totale dei divorzi), la provincia autonoma di Bolzano (50,6%) e le Marche (45,7%). Il ricorso ai divorzi giudiziari, infine, è maggiore nei Tribunali della Sardegna (44,4%), della Puglia (42,6%), della Calabria (40,5%) e dell’Abruzzo (39,4%). Considerando i divorzi per 100mila coniugati, le regioni che si trovano in cima alla graduatoria sono Valle d’Aosta (432,9), Liguria (400,3), Piemonte (365,8) e Toscana (345,8).

Crollano per la pandemia matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi

L’analisi del primo semestre 2020, seppur basata su dati ancora provvisori, consente di misurare l’impatto della pandemia da Covid-19 su matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi, che registrano tutti un crollo. Per i matrimoni, il calo risulta confermato anche considerando i primi dati disponibili in via provvisoria per il periodo gennaio-ottobre. ix Alcune misure di contenimento della pandemia (evitare assembramenti, numero massimo di persone in caso di eventi) hanno riguardato l’intero anno e via via si sono radicalizzati problemi legati all’occupazione e alla crisi economica in atto i cui effetti sui comportamenti demografici e familiari si potranno esplicare anche negli anni a venire. Nel primo trimestre 2020 – che ha scontato gli effetti della pandemia solo limitatamente al mese di marzo – la diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2019 risulta già evidente. Il calo è circa del 20% per matrimoni, unioni civili, separazioni consensuali presso i Tribunali, scende al 16% per separazioni e divorzi consensuali extragiudiziali (presso i Comuni o con avvocati) e per i divorzi consensuali presso i Tribunali; appare, invece, più contenuta per le separazioni e i divorzi giudiziali presso i Tribunali (rispettivamente -11% e -13%) (Figura 10). Il vero crollo si delinea nel secondo trimestre proprio per via delle pesanti restrizioni relative alla celebrazione dei matrimoni religiosi durante il lockdown, così come per quelle finalizzate a ridurre gli eventi di stato civile che hanno luogo nei Comuni (matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi ex art. 12). La diminuzione rispetto al secondo trimestre 2019 è stata di circa 80% per i matrimoni, di circa 60% per le unioni civili e le separazioni/divorzi consensuali presso i comuni e i tribunali. Le separazioni e i divorzi giudiziali, invece, diminuiscono rispettivamente di circa il 40% e il 49%. Per separazioni e divorzi presso i Tribunali il calo, seppur consistente, è stata mitigato dalla possibilità offerta da alcuni Tribunali, nel periodo di emergenza Covid-19, di optare per modalità virtuali con collegamento da remoto o anche con sola trattazione scritta senza una vera e propria udienza. Nonostante differenti iter e modalità resi disponibili dai Tribunali, l’esigenza prioritaria è stata, infatti, quella di trattare necessariamente i procedimenti che hanno riguardato le urgenze delle crisi familiari. Gli accordi di negoziazione assistita con avvocati sia per le separazioni sia per i divorzi, infine, mostrano un calo più contenuto (rispettivamente circa il 16% e oltre il 28%) perché la modalità di deposito telematico degli atti nelle varie fasi già contraddistingueva questa tipologia di accordi

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