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Più pensionati che lavoratori: un paradosso (da incubo) nel futuro dell’Italia Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

anziani a mare

Nei prossimi 30 anni, entro il 2050, in Italia ci saranno più pensionati che lavoratori. Una previsione tutt’altro che rosea che arriva dallo studio Ocse sul mercato del lavoro ‘Working Better with Age’ , che pone l’accento su un paradosso che potrebbe venirsi a creare nel nostro Paese in un futuro non così lontano e che potrebbe avere ripercussioni economiche da non sottovalutare.

Ocse: “Nel 2050 più pensionati che lavoratori”
Secondo il rapporto infatti, sulla base degli attuali schemi pensionistici, il numero di persone anziane (oltre i 50 anni), fuori della forza lavoro a causa dell’inattività o per motivi pensionistici, che dovranno essere sostenute da ciascun lavoratore, potrebbe aumentare di circa il 40% e passare in media a 58 su 100 lavoratori nell’area dei paesi Ocse. Addirittura in alcuni paesi come l’Italia, la Grecia e la Polonia, entro il 2050 potrebbero esserci quasi la maggior parte delle persone anziane fuori dalla forza lavoro rispetto ai lavoratori. Se dovesse verificarsi una situazione simile, le finanze pubbliche italiane, che già oggi non sono così floride, verrebbero messe a dura prova. Proprio per questo motivo l’Ocse ha lanciato un appello ai governi che, di fronte ad un rapido invecchiamento della popolazione devono “promuovere maggiori e migliori opportunità di lavoro in età avanzata per proteggere gli standard di vita e la sostenibilità delle finanze pubbliche”. Sempre secondo lo studio Ocse, adottando alcuni aggiustamenti come il ritardo dell’età media con cui i lavoratori anziani lasciano il mondo del lavoro e riducendo il divario di genere nella partecipazione della forza lavoro in età più giovane, si potrebbe ridurre l’aumento medio del 9%. Un ‘piano’ che al momento non sembra di così facile applicazione, almeno in Italia, dove i giovani fanno fatica ad entrare stabilmente nel mondo del lavoro e dove sono sempre di più i lavoratori che scelgono di ‘ritirarsi’ anticipatamente.

Il report evidenzia che sono stati compiuti molti progressi per incoraggiare i lavoratori più anziani a continuare a lavorare fino a 65 anni e oltre, in alcuni paesi dell’Ocse. Tuttavia, praticamente in tutti i paesi, l’età effettiva in cui gli anziani escono dal mercato del lavoro è ancora più bassa oggi rispetto a 30 anni fa, nonostante l’allungamento dell’aspettativa di vita. Questo dipende da una serie di motivazioni che vanno dagli scarsi incentivi a lavorare in età avanzata alla riluttanza dei datori di lavoro ad assumere e a trattenere lavoratori più anziani, fino agli investimenti insufficienti per favorire l’occupazione per tutta la vita lavorativa. L’Ocse consiglia di adottare una politica di maggiore flessibilità soprattutto per quanto riguarda gli orari di lavoro. Una giornata troppo lunga potrebbe dissuadere una persona anziana, o anche una mamma, da proseguire il rapporto lavorativo, discorso simile per i giovani che, se costretti a lavorare in cattive condizioni potrebbero risentirne dal punto di vista della salute, arrivando a richiedere un’uscita anticipata in futuro.

Pensioni, la spesa in crescita in Italia
Come accennato ad inizio articolo, nel caso in cui i pensionati diventassero più numerosi dei lavoratori, si assisterebbe ad un paradosso economico dalle conseguenze nefaste per le casse pubbliche e per gli stessi contribuenti. Secondo un recente studio di Unimpresa, già nel prossimo triennio la spesa previdenziale in Italia andrà ad aumentare di 63 miliardi di euro, portando lo Stivale tra i primi posti nella classifica dei Paesi con il maggior rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo. SI tratta di una crescita stimata del 15,4%, seconda soltanto a quella della Grecia con il 16,9% e ben lontana dalla media Ocse del 7,5%. Passando ai numeri reali, se nel 2018 la spesa per le pensioni è stata di 269 miliardi, nei prossimi tre anni ci sarà un ulteriore incremento: 281 miliardi nel 2019, 290 miliardi nel 2020 e 298 miliardi nel 2021. Secondo l’analisi del Centro studi di Unimpresa, contando prestazioni sociali e pensioni, l’aumento totale nel prossimo triennio potrebbe sfiorare i 100 miliardi di euro (92 miliardi per la precisione). Questo avviene perché esiste un sostanziale squilibrio nel sistema pensioni, anche grazie a diverse politiche adottate negli ultimi anni (l’ultima Quota 100), che permettono di andare in pensione anticipatamente ma che, senza un adeguato turnover generazionale, rischiano di mandare al collasso diversi settori lavorativi (Pubblica amministrazione in primis), traducendosi inoltre in un enorme salasso economico a carico della collettività. (Today)

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