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Parolacce? Dirle fa bene e sono indizio di intelligenza Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

parolacce

La tipica risposta pedagogica ad un bambino arrabbiato che si lascia andare ad una parolaccia – «prova a trovare un sinonimo che non sia volgare, dai che lo conosci» – potrebbe risultare non solo inutile ma addirittura sbagliata. A sostenere una funzione fisiologica oltre che psicologica dell’impropero (nella giusta situazione) è lo psicologo Richard Stephens dell’Università di Keele in inghilterra, che da anni ormai conduce studi sull’argomento.

Innanzitutto dire, meglio ripetere, una parolaccia aiuta a sopportare meglio il dolore, come ha dimostrato l’esperimento condotto su volontari ai quali veniva chiesto di tenere una mano su una lastra di ghiaccio: ripetere un insulto si è dimostrato più utile che ripetere una parola neutra qualsiasi nel resistere allo stress da freddo. L’idea degli ideatori del test era che ci fosse una relazione che provocasse una reazione acuta da stress legata all’endorfina che contribuisce all’analgesia indotta dallo stress. Ma uno studio successivo, condotto lo scorso anno, ha dimostrato che non c’è reazione fisico-chimica legata alla reazione che le parolacce provocano nel nostro cervello.

Il nuovo test consisteva nel pedalare a lungo fino ad essere quasi allo stremo delle forze, poi per trenta secondi veniva aumentata la resistenza: bisognava affrontare quest’ultima prova estrema una volta ripetendo ossessivamente una parolaccia, la seconda accontentandosi di una parola neutra. Effettivamente l’aiuto delle imprecazioni permette una migliore performance ma senza cambiamenti fisici che lascino pensare ad una reazione del corpo. Resta così, anche se in gran parte ancora non spiegato, il potere delle parolacce se dette nelle giuste situazioni.

Ma gli scienziati non si sono accontentati di misurare le performance da parolaccia. Un gruppo di psicologi dello statunitense Marist College ha trovato una relazione tra il livello di competenza in inglese e il livello di «competenza» o meglio di «conoscenza» delle parolacce. Ad un gruppo di volontari è stato chiesto prima di scrivere il maggior numero di parole con una certa iniziale che potessero ricordare in un minuto. Poi lo stesso è stato fatto con le parolacce. Chi ha una migliore performance nell’elenco delle parole – e dunque è più competente nell’uso della lingua – lo ha anche per le parolacce. Dunque dire parolacce, concludono gli psicologi americani, non è indice di mancanza di «parole» o di povertà di linguaggio ma al contrario può essere una dimostrazione di articolazione nella scelta delle parole e di quando e come usarle. (fonte Corriere della Sera)

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