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Maltrattamenti a scuola, casi triplicati in 5 anni Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

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Settantotto casi in 5 anni, con un picco nel 2016 quando sono addirittura triplicati. Un fenomeno in crescita, verosimilmente legato all’elevata età anagrafica dei docenti italiani, nonché alla loro anzianità di servizio, diffuso soprattutto nella scuola dell’infanzia. Sono questi alcuni dati che emergono da una ricerca di Vittorio Lodolo D’Oria, esperto in Stress Lavoro Correlato degli insegnanti, sui presunti maltrattamenti a scuola, pubblicata su orizzontescuola.it. Uno studio, sul quinquennio 2014-2019 (che non include nidi e strutture private perché hanno criteri diversi per selezione, assunzione e formazione del personale) che risponde a molte domande: si tratta di un fenomeno preoccupante? Sta crescendo o diminuendo nel tempo? Come si distribuisce nel Nord, Centro e Sud del Paese? Attecchisce maggiormente nelle zone urbane o in quelle provinciali? E negli altri Paesi cosa succede? Ha a che fare con l’anzianità di servizio e la salute professionale della categoria docente? È una questione di indole perversa dell’individuo? È dovuta all’usura psicofisica professionale?

Si deve continuare a parlare di presunti casi perché non è stato possibile “raccogliere e valutare i dati riguardanti gli esiti dei processi in quanto solo un numero esiguo ha ultimato il lungo iter giudiziario – fa presente D’Oria – i più famosi processi alle maestre di Brescia e di Rignano Flaminio sono giunti a conclusione, con assoluzione in Cassazione, dopo 8 anni di giudizio e imponenti spese”.

Complessivamente i casi di Pms individuati sono stati 78 per un totale di 156 docenti indagati (154 donne e 2 maschi) ripartiti nel seguente ordine di scuola: 9 nidi comunali; 53 scuole dell’infanzia; 16 scuole primarie. Nel corso del quinquennio il numero di casi è raddoppiato dal 2014 al 2015 ed addirittura triplicato dal 2015 al 2016 mentre, nel biennio successivo, è risultato sostanzialmente stabile mantenendosi sui valori di picco raggiunti proprio nel 2016.

Diverso è l’andamento del numero delle maestre coinvolte (156 in totale): nel primo biennio stabile (2014-2015), nel secondo (2016-2017) quasi triplicato, nel 2018 presenza di un ulteriore aumento del 30% del numero degli indagati. “Possiamo quindi affermare che il fenomeno è tuttora in crescita, non tanto come episodi di Pms quanto per il numero di docenti coinvolti per singolo caso”, sottolinea l’esperto.

L’età media degli insegnanti coinvolti è decisamente alta (56,4 anni) e sono 4% i casi sotto i 40 anni, 18% i casi sotto i 50 anni, 36% e 42% i casi rispettivamente sotto e sopra i 60 anni. È evidente la progressione dei casi di Pms con l’aumentare dell’età.

Questo va di pari passo con l’anzianità di servizio di cui però non sono disponibili i dati (comunque facilmente desumibili) tenendo in considerazione, tra le numerose variabili, anche i precedenti meccanismi di assunzione che non prevedevano l’obbligo della laurea per la scuola dell’infanzia. I suddetti accorgimenti inducono a ritenere, come cauta stima, un’anzianità di servizio media di 32-35 anni.

Nel Nord del Paese si sono verificati 23 casi (30%), mentre 20 (25%) hanno avuto origine al Centro, infine 35 (45%) al Sud e nelle Isole. La maggior parte dei casi (51) si è verificata nei paesi di provincia, mentre la restante ha avuto luogo all’interno dei centri urbani (27). In 68 casi (87%) sono stati i genitori a sporgere denuncia direttamente all’Autorità giudiziaria, mentre in 6 casi (8%) sono stati i colleghi, in 2 casi (2,5%) i collaboratori scolastici e in uno solo il dirigente scolastico (1,2%).

Il reato ipotizzato risulta essere per 63 volte (81%) quello di maltrattamenti (572 cpp) e 15 volte (19%) quello di abuso dei mezzi di correzione (571 cpp). La durata media dei tempi di riprese con telecamere è di 67 giorni con un minimo di 15 giorni fino a un massimo superiore ai 4 mesi.

“L’usura psicofisica del lavoratore aumenta progressivamente col trascorrere degli anni lavorati e deve essere monitorata nonché prevenuta a norma di legge (art.28 DL 81/08)”, ricorda D’Oria sottolineando che “ancora una volta è chiamato in causa il dirigente scolastico che è a tutti gli effetti equiparato al datore di lavoro e responsabile di monitoraggio e prevenzione dello Stress Lavoro Correlato dei docenti”.

“Il DL 81/08 però non è stato finanziato dall’Istituzione né la stessa ha attivato forme di controllo e verifica circa la sua applicazione, pertanto la prevenzione della salute professionale a scuola resta lettera morta. Anziché porre riparo alle suddette (gravi) inadempienze, si pensi inoltre che il T.U. per la tutela della salute dei lavoratori ha superato il decennio di vita restando inapplicato a scuola, il legislatore ha riformato la previdenza ‘al buio’, negli ultimi 28 anni e le timide contromosse (vedi Ape social e Opzione donna) non sembrano essere sufficienti a tamponare gli effetti di una professione riconosciuta psicofisicamente usurante solo a chi insegna nella scuola dell’infanzia, negando immotivatamente lo stesso riconoscimento a tutti gli altri docenti”, afferma l’esperto.

“Se il problema dunque non risiede nell’indole perversa di pochi insegnanti, ma piuttosto nell’usura psicofisica professionale, occorre che il legislatore riveda tutti i punti fin qui trascurati e malamente modificati quali la previdenza, il riconoscimento e la prevenzione delle malattie professionali, un’adeguata formazione dei dirigenti sulle loro incombenze medico-legali”, dice ancora D’Oria che aggiunge: “Perché allora, di fronte a un problema serio e crescente, le istituzioni tacciono sull’argomento anziché attivare immediatamente un tavolo interministeriale ministero dell’Istruzione e ministero della Giustizia e adottare soluzioni efficaci magari prendendo spunto dal Regno Unito?” dove occorre prima presentare un verbale di colloquio attestante l’investitura del dirigente scolastico, circa il problema, e le relative contromisure per farvi fronte.

Poi l’invito ai sindacati “fin qui assai timidi di fronte al fenomeno dei Pms” a “tornare a svolgere da subito un’azione incisiva nel sollecitare il Miur a tutela di una categoria professionale ingiustamente sofferente ed esposta alla gogna mediatica”.

Pur essendo invocate da molti, inclusa la maggioranza assoluta dei docenti, le telecamere presentano numerosi limiti, sui quali gli stessi giudici operano chiari richiami nei procedimenti giudiziari. “La prima questione riguarda i tempi di registrazione – sottolinea l’esperto – altri limiti sono la selezione delle immagini, la decontestualizzazione degli episodi. Le telecamere infine non aiutano poi nemmeno a stabilire se l’eventuale causa di Pms risiede nell’indole malvagia del docente o in un suo eventuale esaurimento psicofisico (burnout o Stress Lavoro Correlato), ipotesi quest’ultima assai più verosimile, come sembra attestare chiaramente questa ricerca”.

Quanto alla “risposta giudiziaria non sembra inoltre essere la soluzione adeguata al problema per i tempi troppo lunghi che richiedono le indagini e per i metodi utilizzati da inquirenti non-addetti-ai-lavori, che si trovano per giunta a operare in un ambiente particolare quale quello scolastico”. “La tutela della piccola utenza chiede risposte rapide che solo un dirigente scolastico preparato può garantire senza dover attendere i tempi lunghi di una denuncia, lo svolgimento di indagini o l’adozione di un provvedimento interdittivo – conclude D’Oria – Se in tutti questi anni non si è verificato, finora, un fatto ‘gravissimo o di sangue’ a danno dei piccoli (come quelli che avvengono in famiglia tanto per essere espliciti), lo dobbiamo più alla buona sorte che alla tempestività dei nostri interventi, all’irrilevanza del problema o all’attività di prevenzione svolta a tutela della salute professionale dei docenti”. (AdnKronos)

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