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Malavita, contrabbando sigarette resiste Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

tabacco contrabbando sigarette

Minimi rischi, grandi guadagni. Cambiano protagonisti, rotte e “trucchi” ma il segreto del contrabbando di sigarette resta sempre lo stesso: nei primi sei mesi del 2018 la Guardia di finanza ha sequestrato 112.000 chili di tabacchi lavorati esteri, in tutto il 2017 erano stati quasi 272.000. Un fiume di “bionde”, ma solo parte di quelle circolanti sul mercato illegale del nostro Paese dove cinque sigarette fumate su 100 sono di contrabbando.
“Al di là dei numeri, manca la consapevolezza di quanto il problema sia attuale – premette all’AGI il maggiore Giuseppe Sirica, capo sezione Monopoli del III Reparto operazioni del Comando generale della Guardia di finanza – È vero che il numero dei fumatori è in diminuzione ma questo incide in misura minima. E poi chi compra sigarette di contrabbando magari pensa solo di spendere meno e di creare un danno all’erario (secondo alcune stime, 650 milioni l’anno di mancati introiti tra accise e iva, ndr) senza rendersi conto degli effetti sulla salute e sull’economia legale e del ‘regalo’ alle grandi organizzazioni criminali“.

Il ruolo delle mafie
Perché una cosa è certa: il contrabbando di sigarette non rappresenterà più il core business delle mafie, ma resta una delle voci a bilancio più remunerativa, considerati anche i costi di impresa inferiori a quelli di altri traffici illegali e le pene decisamente più miti. A pensarla così è soprattutto la camorra: Napoli, e la Campania, restano il principale hub di approdo ma “i clan – spiega Sirica – hanno preso a ‘delocalizzare’ i depositi in Italia centrale e settentrionale e a parcellizzare le spedizioni, in modo da limitare le perdite in caso di sequestri”.

Non è l’unica novità finita sotto la lente degli investigatori: non era mai successo prima, e invece nel giro di pochi mesi la Guardia di finanza ha scoperto anche in Italia due fabbriche clandestine, una in provincia di Pavia e una nel Nolano. Troppo presto per parlare di una nuova tendenza, abbastanza per dire che i contrabbandieri di casa nostra hanno risorse umane e materiali – manodopera straniera a basso costo e macchinari d’avanguardia – per “mettersi in proprio” anche su questo versante.

I Paesi di produzione

In principio furono i brand di marca, poi venne la stagione delle “bionde” contraffatte – che ormai non superano il 5-6% del mercato – oggi è il momento delle “cheap white”: sigarette prodotte lecitamente in Paesi extra Ue senza rispettare i parametri europei, molto più rigorosi, e pertanto non commercializzabili all’interno dell’Unione, se non appunto clandestinamente. L’Eldorado è rappresentato “dai Paesi dell’Est europeo – ricorda il capo sezione Monopoli – in particolare Russia, Bielorussia e Ucraina, ma tra le aree di produzione spiccano gli Emirati Arabi Uniti, il Sud Est asiatico, Cina e Malesia in testa, e il Nord Africa“. Un ruolo privilegiato continua a ricoprirlo la Grecia, che funge da snodo per i carichi provenienti dai Balcani perché, data la sua appartenenza all’Unione europea, le merci già sdoganate nei suoi porti dovrebbero essere esenti da nuovi controlli comunitari all’arrivo nel nostro Paese.

Le nuove rotte
Ogni strada è buona. “Via terra – osserva Sirica – dal confine nord orientale, soprattutto attraverso il Friuli Venezia Giulia”, a bordo di tir o di furgoni in partenza per lo più da Russia, Bielorussia, Ucraina, Bulgaria, Polonia e Ungheria. “Via mare, in appositi container destinati ai porti di Gioia Tauro, Napoli o Genova; su autoarticolati con targhe estere caricati su traghetti e motonavi provenienti da Patrasso e Salonicco e diretti ad Ancona, Venezia e Bari; su piccole e veloci imbarcazioni o gommoni carenati provenienti dal Nord Africa con meta finale la Sicilia“. Su quest’ultima rotta, sono stati documentati legami con la tratta di migranti, ma solo per carichi ridotti.

I trafficanti non disdegnano nemmeno le rotte aeree: gli esperti parlano di ‘cross border trade’ per i corrieri che portano nei bagagli poche decine di stecche. In caso di sequestro, le perdite sono ridotte, ma se si riescono a sommare più viaggi il guadagno è assicurato. Prezioso in questo senso il contributo delle unità cinofile delle fiamme gialle, con pastori tedeschi che “grazie ad un lungo e particolare addestramento riescono a fiutare ogni tipo di tabacco, sfuso o confezionato”.

I trucchi per nasconderle
Da sempre la fantasia dei contrabbandieri non conosce limiti: basta leggere i verbali dei sequestri per imbattersi in carichi occultati nelle intercapedini e nei doppifondi di auto e camion, in bobine di cavi elettrici e blocchi di gesso, tra le scatole di calzature, nei bracci delle gru, tra cassette di frutta e cartoni di vino e di yogurt. Un escamotage nuovo è quello che gli addetti ai lavori catalogano alla sigla T1, Il documento informatico con cui la dogana europea di ingresso attesta che un determinato prodotto, non commercializzabile in Europa, attraverserà il territorio dell’Unione solo per poi raggiungere un Paese extra Ue. “In realtà – continua Sirica – ci sono casi in cui le cheap white entrano in Europa, quasi sempre dal confine orientale, senza mai uscirne”. È accaduto in Spagna e Portogallo, ad esempio, e almeno una volta anche in Italia.

Le marche più diffuse
Regina, Mark 1, Pine, Marble, Minsk, Dubao. Sono marche che ai più non suggeriscono niente, ma che i consumatori di cheap white conoscono benissimo: in Italia ogni pacchetto costa in media tra i 2 e i 3 euro, praticamente la metà dei brand regolari, 25-30 euro per una stecca da dieci. “Un affare per le tasche, sicuramente – ammette il maggiore – ma non per la salute: in assenza di regole severe, in certi Paesi i tabacchi vengono stoccati in magazzini sporchi e umidi. E le analisi di laboratorio hanno rivelato in alcune partite la presenza di peli, di terra, persino di escrementi di topo”.

Il consumo è più forte in Campania, soprattutto a Napoli, Salerno e Caserta, nella provincia di Trieste (lungo una delle rotte di ingresso), in Sicilia – a Palermo, Messina, Catania – ed anche in una provincia ‘insospettabile’ come quella di Milano. Le comprano soprattutto stranieri ma anche tanti italiani. E a incidere, secondo alcuni studi, sono anche i periodi di crisi economica e i tassi di disoccupazione.

La vetrina del web
I “banchini” allineati nei vicoli di Napoli, quelli resi famosi in “Ieri, oggi e domani” da Sofia Loren-Adelina che ricorreva a maternità in serie per evitare il carcere, sono solo un ricordo in bianco e nero. Oggi i contrabbandieri 4.0 per vendere la loro merce sfruttano anche la vetrina virtuale del web: e per chi compra armato solo di mouse e di carta prepagata “c’è il rischio supplementare di incappare in vere e proprie truffe – avverte il maggiore Sirica – Noi monitoriamo con estrema attenzione i siti che offrono, in barba a ogni divieto, i vari tipi di prodotti di fumo: nei primi sei mesi del 2018 l’Agenzia delle dogane, su nostro input, ne ha inibiti 238. Ma trattandosi di siti localizzati per lo più negli Usa, nel Regno Unito, in Germania, nei Paesi Bassi e in Romania, l’obiettivo è quello di rendere sempre più efficace la collaborazione con gli altri organismi di contrasto internazionali affinché non ci si limiti all’oscuramento ma si risalga ai dominus dei traffici”. (Agi)

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