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Istruzione, Italia terzultima in Europa Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

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L’Italia si conferma tra i fanalini di coda su scala europea per investimenti in formazione: il 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%) e poco più della metà di quanto investito da Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). Una media che supera di poco la spesa totale dei privati, pari al 3% del Pil secondo le ultime rilevazioni Ocse.

A dirlo sono gli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione. Gli stati membri spendono un totale di 716 miliardi di euro sul settore, una quota pari al 4,9% del Pil continentale e la quarta voce di spese dopo protezione sociale (19,2%), salute (7,2%) e servizi pubblici (6,2%). Peggio della Penisola fanno solo la Romania (3,1%) e l’Irlanda (3,7%), mentre la Germania resta su valori percentuali abbastanza simili (4,3%). La prospettiva, però, diventa un po’ diversa quando si guarda ai valori assoluti: il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.
Il cortocircuito tra investimenti, laureati e lavoro
Il cortocircuito innescato fa sì che si creino (almeno) due conseguenze negative: da un lato gli istituti formano meno profili specializzati e appetibili dalle imprese nei settori con più possibilità di espansione, soprattutto in ambito tecnologico; dall’altro la carenza di risorse penalizza l’offerta di borse di studio e altri strumenti di mobilità sociale, disincentivando la scelta di corsi che potrebbero avere un impatto immediato sullo sviluppo economico. Al tutto si aggiunge una retribuzione media dei laureati a un anno dal titolo che supera di poco i 1.100 euro netti, spingendo alla fuga all’estero dei profili più elevati e aumentando la difficoltà di dare sbocchi professionali alle figure «high skilled», a partire dai neolaureati nelle cosiddette discipline Stem (science, technology, engineering and maths: scienze, tecnologie, ingegneria e matematica). Sempre che il lavoro ci sia: la Penisola è tra i pochi paesi europei dove il titolo di studio non fa sempre da leva per l’impiego, con una quota di appena il 52,7% dei laureati occupati contro una media Ue dell’80,6%.

Del resto l’Italia investe poco nell’istruzione nel suo complesso, ma punta ancora meno sulla formazione terziaria, cioè l’università e i corsi post diploma: appena lo 0,4% sul 4% di Pil riservato all’education, uno dei valori più bassi dell’Europa a 28. Carla Facchini, ordinario al dipartimento di Sociologia dell’Università Milano-Bicocca, spiega che i dati «vengono da lontano» e generano un ritardo per l’intero sistema economico: « Un ridotto investimento in formazione, abbinato a una spesa insufficiente in ricerca, fa sì che l’Italia non riesca a essere un paese di punta in diversi settori industriali – spiega Facchini – E si affossano così proprio le economie che potrebbero fare da volano per la crescita».

La «follia» dei talenti all’estero
Il risultato è che il paese continua a fare i conti con flussi migratori (in uscita) di risorse ad alto tasso di qualifiche. Sui 114mila italiani che si sono trasferiti fuori dalla Penisola nel 2016, si stima che oltre 30mila siano in possesso di un titolo di laurea. In parte, proprio nelle discipline tecnico-scientifiche che fanno fatica ad essere reperite fra i nostri laureati e lasciano vacanti alcune delle posizioni con più chance di crescita professionale. Se fino agli inizi degli anni 2000 i connazionali in partenza si distribuivano tra più livelli di studi, negli ultimi anni si è intensificata la quota di profili con curricula di livello medio-alto. «Esportiamo laureati di altissimo profilo e fatichiamo ad attirarne di altrettanto validi: da un punto di visto sistemico è un totale follia – spiega Facchini – Un paese che ‘regala’ ad altri paesi persone le sue risorse perpetua le differenze sociali e non può fare altro che rallentare il suo ritmo di crescita». (ilsole24ore)

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