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In Italia aumenta “fuga di pensionati” Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

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Non solo cervelli in fuga. Sono sempre di più i pensionati che decidono di lasciare l’Italia a causa degli alti costi della vita. In particolare il 16% dei pensionati, uno su sei, sceglie l’estero come destinazione per il buen retiro. In cima alle preferenze ci sono l’Europa, con in testa il Portogallo e le Canarie, l’America settentrionale, l’Oceania e l’America meridionale.

Il grande esodo è iniziato negli anni Duemila, ma le cifre dei pensionati che si trasferiscono all’estero crescono di anno in anno. Lo assicura l’Inps che ha scelto di vederci chiaro sui suoi pensionati all’estero dopo aver scoperto che 24 mila anziani erano addirittura deceduti. L’Istituto ha allora dato il via alla seconda fase dell’accertamento dell’esistenza in vita per i pensionati residenti oltreconfine. Ma quanti sono? L’Istituto di previdenza paga poco meno di 400 mila pensioni all’estero. E questa platea di beneficiari, spiega Il Messaggero, distribuita su tutti i Continenti, è costituita in realtà da tre mondi abbastanza diversi.

Il primo è costituito dai molti italiani emigrati all’estero nei decenni scorsi che si sono portati dietro un pezzetto più o meno esteso di contribuzione.
Un altro gruppo è costituito da cittadini stranieri che con varie modalità hanno lavorato nel nostro Paese per poi lasciarlo.
L’ultimo, più recente e in crescita, è formato dalla quota di nostri concittadini che decidono di trasferirsi all’ estero al termine dell’attività lavorativa, per godersi il pensionamento in Paesi che offrono un costo della vita più contenuto o un trattamento fiscale più favorevole (o entrambe le cose).
Il rapporto 2018 sul sistema previdenziale italiano messo a punto dal Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali analizza le 373.265 pensioni che l’Inps ha pagato all’ estero nel 2016. Di queste, l’82,6 per cento va a cittadini italiani, il 17,4 per cento a stranieri. Complessivamente quasi la metà di questi trattamenti resta in Europa, mentre circa un quarto prende la via dell’America settentrionale. La scomposizione per singoli Paesi riflette chiaramente la storia dell’emigrazione italiana nel secolo scorso.

I Paesi dell’emigrazione in numeri
Il maggior numero di assegni viene pagato in Canada, seguono l’ Australia e la Germania. La Francia è al quarto posto ma i pensionati italiani che vivono lì sono quelli che ricevono l’importo complessivo più alto: il valore annuale totale delle quasi 45 mila pensioni Inps è di circa 100 milioni, contro i 76 milioni relativi ai 57 mila trattamenti che prendono la strada del Canada. Gli importi medi relativamente più elevati sono però quelli dell’Argentina: quasi 96 milioni di euro distribuiti su poco meno di 26 mila assegni.

E poi ci sono le pensioni in regime nazionale – ovvero derivanti da contribuzione interamente pagata in Italia – che riguardano gli italiani che hanno deciso di lasciare il Paese da pensionati. Queste ammontano a 59.537 ovvero il 16 per cento del totale, quasi una su sei.

Gli accertamenti, come provare l’esistenza in vita
Sud America, Centro America, Nord America, Asia, Estremo Oriente, Paesi Scandinavi, Stati dell’Est Europa e Paesi limitrofi: sono questi i Paesi in cui i pensionati italiani saranno sottoposti a controlli nei prossimi mesi. In particolare, gli interessati dovranno far pervenire a Citibank il modulo di attestazione dell’esistenza in vita. Il modulo dovrà essere inviato entro i primi giorni di luglio 2018 (anziché entro i primi giorni di giugno 2018, come inizialmente previsto).

Per fornire la prova di esistenza in vita – si legge sul sito Lavoro e Diritti – è possibile procedere nei seguenti modi:

· Modalità cartacea. In via ordinaria, i pensionati dovranno far pervenire il modulo di attestazione dell’esistenza in vita alla casella postale PO Box 4873, Worthing BN99 3BG, United Kingdom entro il termine indicato nella lettera esplicativa. Lo stesso dovrà essere correttamente compilato, datato, firmato e corredato della documentazione di supporto;

· Tramite portale web predisposto da Citibank. Citibank ha reso disponibile agli operatori di Patronati operanti all’estero la facoltà di utilizzare uno strumento di trasmissione telematica dei moduli di attestazione dell’esistenza in vita. Quest’ultimo potrà caricare direttamente sul sistema informatico di Citibank le copie in formato elettronico dei moduli o certificati di esistenza in vita e dei documenti di supporto;

· Riscossione personale presso sportelli Western Union. I soggetti che hanno ricevuto da Citibank il modello cartaceo di richiesta di attestazione di esistenza in vita possono riscuotere personalmente agli sportelli Western Union almeno una delle rate. Questa operazione deve avvenire entro il termine di restituzione dell’attestazione indicato nelle lettere esplicative e costituirà valida prova di esistenza in vita. Tale passaggio solleverà il pensionato dall’invio del modulo cartaceo a Citibank.

Cosa succede se il pensionato non accerta l’esistenza in vita?
Coloro i quali non attestassero l’esistenza in vita entro i primi giorni di luglio 2018, il pagamento della rata di agosto 2018 avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza e, in caso di mancata riscossione personale entro il giorno 19 agosto, il pagamento della pensione sarà sospeso a partire dalla rata di settembre 2018. Nei casi in cui non sia possibile disporre il pagamento presso le agenzie Western Union del Paese di residenza, i pagamenti delle pensioni intestate a soggetti che non avranno prodotto la prova di esistenza in vita entro i primi giorni di luglio saranno sospesi a partire dalla rata di agosto 2018. (Agi.it)

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Roma, 11 lug. (askanews) - L’Italia, il Paese più vecchio d’Europa, sta vivendo – e sempre più lo farà – le conseguenze della pressione demografica: aumento del carico di cronicità, disabilità e non autosufficienza. Il sistema, però, ‘resta al palo’ nell’organizzazione di una rete capillare e sostenibile di servizi sul territorio, a partire dalle cure domiciliari: siamo il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda la Long-Term Care, alla quale destiniamo poco più del 10% della spesa sanitaria – a fronte di percentuali che superano il 25% nei Paesi del Nord Europa –, pari a circa 15 miliardi di euro. Di questi, solo 2,3 miliardi (l’1,3% della spesa sanitaria totale) sono destinati all’erogazione di cure domiciliari, con un contributo a carico delle famiglie di circa 76 milioni di euro.

I dati emergono dalla seconda Indagine sull’Assistenza Domiciliare in Italia (ADI): chi la fa, come si fa e buone pratiche, realizzata da Italia Longeva e presentata al Ministero della Salute nel corso della terza edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care. L’Indagine, che ha aperto una finestra sulla Long-Term Care in Europa, completa la panoramica sullo stato dell’arte dell’ADI nelle diverse regioni, avviata nel 2017, includendo ulteriori 23 Aziende Sanitarie, che si sommano alle 12 esaminate lo scorso anno, per un totale di 35 ASL distribuite in 18 Regioni, che offrono servizi territoriali a circa 22 milioni di persone, ossia oltre un terzo della popolazione italiana.
Il trend dell’offerta di cure domiciliari agli anziani si conferma in crescita (+0,2% rispetto al 2016), ma resta ancora un privilegio per pochi: ne gode solo 3,2% degli over65 residenti in Italia, con una forte variabilità a seconda delle aree del Paese, se non all’interno della stessa Regione, per quanto riguarda l’accesso al servizio, le prestazioni erogate rispetto quelle inserite nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), le ore dedicate a ciascun assistito, la natura pubblica o privata degli operatori e il costo pro capite dei servizi. Mediamente, le ASL coinvolte nell’indagine garantiscono ai loro anziani l’87% delle 31 prestazioni a più alta valenza clinico-assistenziale previste nei LEA, arrivando, in alcuni casi, ad offrire fino al 100% dei servizi, come avviene a Catania, Chieti e Salerno. Un’evidente disomogeneità riguarda invece il numero di accessi in un anno – si va da un minimo di 8 ad un massimo di 77 della ASP di Potenza – e le ore di assistenza dedicate al singolo anziano, che oscillano da un minimo di 9 ad un massimo di 75 nella ASL Roma 4. In tutti i casi, si tratta di interventi principalmente a carattere infermieristico e, a seguire, fisioterapico e medico. 
“Questa fotografia – commenta Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva – conferma il dato di fondo rilevato lo scorso anno: mentre la cronicità dilaga e la disabilità diventerà la vera emergenza del futuro – tra dieci anni interesserà 5 milioni di anziani – l’ADI continua ad avere un ruolo marginale e ad essere fortemente sottodimensionata rispetto ai bisogni dei cittadini. Con il risultato che gli anziani continuano ad affollare i Pronto Soccorsi, mentre i familiari sono alla disperata ricerca di badanti cui affidare i propri cari dimessi dall’ospedale, sempre che possano permetterselo".

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