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Una lama come avambraccio: ecco il Capitan Uncino longobardo Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

capitan uncino longobardo

Trovati i resti del ‘Capitan Uncino’ dei longobardi: sepolto 1.300 anni fa nella necropoli di Povegliano Veronese, era un guerriero tra i 40 e i 50 anni, costretto a vivere per lungo tempo con una lama come protesi al posto dell’avambraccio destro, amputato di netto forse dopo una caduta o una ferita da combattimento. Conservato nel Museo di Antropologia ‘G. Sergi’ della Sapienza di Roma, il suo scheletro racconta una sorprendente guarigione, perfettamente riuscita in epoca pre-antibiotica grazie a cure quasi ‘moderne’. A indicarlo è lo studio pubblicato su Journal of Anthropological Sciences dai ricercatori della Sapienza e dell’Università Cattolica di Milano, che hanno perfino ricostruito il volto del guerriero.

Lo scheletro è stato trovato con il coltello disposto orizzontalmente sul bacino, che invece “di norma viene sepolto a fianco del cadavere”, spiega l’archeologa Ileana Micarelli, prima autrice dello studio. “Il braccio destro era piegato a 90 gradi, con radio e ulna tagliati di netto”, segno che “l’amputazione è avvenuta con un colpo unico e senza anestesia”. Al posto della mano, “c’erano una fibbia metallica e tracce di materiale organico, pelle o legno”, probabili residui di un sistema per il fissaggio della protesi.Il suo utilizzo è evidenziato da vari indizi: le ossa della scapola, ad esempio, hanno un orientamento innaturale, probabilmente dovuto al fatto che l’uomo non poteva afferrare gli oggetti, ma era costretto a infilzarli o spingerli. L’incisivo destro, inoltre, è molto usurato e conserva residui di cuoio, lasciando presupporre che il guerriero usasse i denti per legare la protesi. Il fatto che ulna e radio si siano perfettamente saldati senza traccia di infezione, dimostra che l’uomo è stato curato con premura, probabilmente con balsami antisettici e antiemorragici a base di erbe. “Sopravvivere alla perdita di un avambraccio in un’epoca in cui gli antibiotici non sono disponibili – sottolinea Micarelli – mostra un forte senso di attenzione e cure costanti da parte della comunità: privilegi che si avvicinano all’idea di welfare moderno”.

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Cultura

(ANSA) - NAPOLI, 15 GIU - Come si lavorava la pelle a Pompei? Il processo di concia, una delle tante attività artigianali praticate a Pompei, sarà reso chiaro e comprensibile ai visitatori attraverso il riallestimento della più grande conceria finora nota dell'antica città. I locali dell'impianto adibiti alla lavorazione saranno oggetto di interventi di restauro e valorizzazione, grazie alla collaborazione tra il Parco archeologico e l'Unione Nazionale Industria Conciaria (UNIC), che ne ha sponsorizzato il progetto.
   Messo in luce a fine '800 e situato nella Regio I degli scavi (Insula 5), l'impianto conciario, si legge in una nota, fu identificato come tale sulla base delle testimonianze epigrafiche, degli utensili rinvenuti nel corso dello scavo, oltre che dagli apprestamenti produttivi, molto simili a quelli in uso nelle concerie medioevali e moderne. L'idea progettuale di base si ispira al modello del "museo diffuso", già sperimentato con successo a Pompei, che prevede il restauro e il riallestimento con vetrine espositive, pannellistica e supporti multimediali, dei locali adibiti alla lavorazione delle pelli, al fine di consentire al visitatore di comprendere le modalità con cui si svolgeva in antico il processo di lavorazione delle pelli.  Il progetto, prevede anche la risistemazione del cosiddetto vicolo del Conciapelle, al fine di ripristinarne la percorribilità. Il progetto sarà realizzato nel corso del 2019, al termine dell'intervento di messa in sicurezza che interesserà le Regiones I-II e III, previsto dal Grande Progetto Pompei. Il contratto di sponsorizzazione prevede il finanziamento di interventi per un importo complessivo stimato di 161.550,00 euro.

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