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Criticità Parco del Cilento, Iannuzzi: “Occorre un riassetto organizzativo e gestionale” Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

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CilentoRiassetto organizzativo e gestionale delle aree protette: a chiederlo, con una nota ufficiale al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, al Ministero della Salute, alla Regione Campania e alla provincia di Salerno, è Salvatore Iannuzzi, presidente della Comunità del Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.

Cosa ha comportato la realizzazione delle aree protette nel nostro Paese?

“Si è trattato di un momento fondamentale per la protezione e conservazione della natura più suggestiva. L’istituzione di un Parco implica l’attivazione di una variegata serie di misure a protezione della fauna selvatica e della flora, idonee a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali. La crezione delle aree protette, però, ha concorso ad una crescita esponenziale e incontrollata della consistenza della fauna selvatica, con ripercussioni negative sia sulle sia sulle attività agricole e zootecniche e sia sulla salute umana, per il diffondersi di malattie di cui essa è vettore. Quando poi il regime di protezione investe territori antropizzati o fortemente antropizzati, così come accade nell’area protetta del Parco del Cilento, il riverbero diventa drammatico. Per effetto di ciò tante attività sono scomparse: mulini, imprese agricole, allevamenti, frantoi. L’aumento esponenziale della fauna selvatica e le conseguenti drammatiche ripercussioni in agricoltura sono stati sempre affrontati immaginando che l’incremento di una specie (cinghiali, cervi, volatili) potesse essere affrontato con lo stesso strumento usato dagli uomini della preistoria: l’uccisione degli animali in eccesso”.

Cosa deve disporre un Parco in termini gestionali?

Il senso comune, intuitivamente, associa l’idea di parco ad uno “spazio” dove vive una popolazione di piante e di animali selvatici la cui salute dovrebbe essere affidata ad un botanico/agronomo e/o ad medico – veterinario. In un allevamento domestico, quando una delle specie allevate cresce in maniera smisurata, si interviene con un’azione di controllo della popolazione animale, non esclusa la contraccezione, parimenti accade in una comunità di persone quando, ad esempio, si assiste ad un crescita esagerata di animali di compagnia (sterilizzazione di cani e gatti). Un’azienda agricola o zootecnica di medie dimensioni ha, nel proprio gruppo di lavoro, un agronomo o un veterinario che, monitorando la salute di piante o animali, garantisce, nel tempo, il buon andamento dell’azienda o dell’allevamento, tanto si immagina, in termini logici, debba accadere anche per un Parco con migliaia di animali distribuiti su territori sconfinati. Ma non è così, l’equilibrio tra le specie viventi, che nelle aree protette dovrebbe essere garantito, in realtà è alterato. Solo alcuni Parchi nazionali dispongono di servizi botanici/agronomici o veterinari.

Il problema dell’eccessiva presenza di fauna selvatica è molto sentito all’interno del territorio del Parco del Cilento. Come si può risolvere?

Abbattimenti e catture di cinghiali, in Italia, non hanno risolto il problema della presenza ipertrofica della specie, nonostante l’abbattimento di migliaia di capi nelle aree protette e non. La letteratura di settore lascia comprendere, al contrario, che tali azioni influenzano negativamente le dinamiche demografiche della specie, destabilizzandone la spontanea capacità di autocontrollo. In un Parco non è richiesta, dunque, la presenza di killer esperti di cinghiali, ma di esperti della salute e dei bisogni della flora e della fauna selvatica. Non è possibile che alle soglie degli anni tremila si continui a perseguire, in forma esclusiva, una soluzione dimostratasi poco efficace, che ricorda la preistoria. Credo che la chiave di lettura dei problemi legati alla sovrabbondanza di alcune specie di fauna protetta sia un’altra: i parchi nazionali continuano a non disporre di professionisti interni della salute dei parchi (medici – veterinari, agronomi, esperti in scienze forestali, botanici, etc.) e al contrario traboccano di personale amministrativo. Né tantomeno servono consulenze specialistiche episodiche e frammentarie, attinte nel mercato libero – professionale o nel mondo dell’università. Occorre organizzare piante organiche che inglobano figure professionali specifiche che, nel tempo, da dipendenti dell’Ente, possano seguire i problemi cui i parchi nazionali sono chiamati a rispondere. La presenza negli organici di veterinari, agronomi, ingegneri, forestali, giornalisti professionisti per la comunicazione promozionale e d’istituto, etc., sono le migliore garanzie per azioni istituzionali efficaci ed efficienti.

Come ci si deve muovere, dunque?

E’ necessario che i parchi italiani programmino e concretino il fabbisogno di personale all’interno di linee guida di indirizzo, impartite a livello centrale, nel rispetto dell’autonomia di ciascun Ente gestore delle aree protette. Occorre, altresì, aprirsi ad altre forme di azioni di contrasto della fauna in eccesso, integrabili con quelle tradizionali, anche candidando il territorio del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni per le sperimentazioni del caso. La contraccezione usata per il controllo delle nascite nella popolazione umana, ad esempio, può tranquillamente essere sperimentata, attraverso piani specifici di immunocontraccezione selettiva, rivolti in forma mirata alla fauna selvatica in crescita incontrollata, ma questo presuppone che gli organici dei Parchi dispongano di personale tecnico capace di seguire questo complesso procedimento finalizzato al controllo della salute e della proliferazione della fauna protetta. Parimenti dicasi per la comunicazione interna ed esterna dell’area protetta, che non può essere affidata a campagne informative commissionate, di volta in volta, a vari soggetti esterni che non vivono e non conoscono le dinamiche dei territori. Occorre reclutare professionisti della salute e della comunicazione legati all’Istituzione da un rapporto di lavoro continuativo e subordinato, capaci di sostenere negli anni i programmi e gli obiettivi prefissati.

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