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Cetara, ingiustamente accusati di pedofilia: incubo termina dopo 9 anni Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

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Cetara. Adesso l’incubo iniziato nel 2010 è davvero finito: a nove anni dagli arresti per pedofilia che sconvolsero Cetara, la Cassazione ha stabilito che le misure cautelari che portarono in carcere padre e figlio furono il frutto di un clamoroso errore giudiziario, e che di quell’errore i due uomini non ebbero alcuna corresponsabilità né per dolo né per colpa grave. Zaccaria Avallone e il figlio Vincenzo hanno quindi diritto al risarcimento per ingiusta detenzione, che la Corte d’Appello di Salerno gli aveva già concesso e al quale gli inquirenti si erano opposti, per due volte, con un’impugnazione che ora la Cassazione ha rigettato.

La vicenda è quella che nel gennaio del 2010 scosse la cittadina costiera con l’ipotesi di un aberrante giro pedopornografico. Zaccaria e Vincenzo Avallone finirono in carcere per 248 giorni, accusati di avere violentato sin dall’infanzia una ragazzina che allora era poco meno che tredicenne e di cui erano, rispettivamente, padre e fratello. I sospetti travolsero poi presunti complici, ipotizzando un traffico di video porno e violenze anche su altri minori. Si è dovuti arrivare al luglio del 2016 perché la Procura chiudesse il fascicolo, formulando una richiesta di archiviazione subito accolta dal giudice delle indagini preliminari. Nel frattempo, però, la figlia che allora fu tolta alla famiglia per essere affidata prima a una insegnante e poi a una struttura di accoglienza è divenuta maggiorenne, e di lei i genitori hanno perso ogni traccia. Non la vedono più da quel 2010, anche se la madre continua ad aspettarla ogni giorno e ogni notte. Gente umile gli Avallone, che ebbe paura dei pettegolezzi quando nel 2008 la bambina confidò di essere stata palpeggiata da un adulto amico di famiglia. Il padre e il fratello non le diedero credito, mentre la mamma non ebbe la forza di insistere perché quelle affermazioni non cadessero nel vuoto. Scelsero il silenzio, alimentando una conflittualità familiare che secondo il difensore Antonio Bruno è stata l’humus in cui sono maturate le fantasie raccolte dai magistrati. Poi quella storia venne fuori comunque, in una confidenza fatta a scuola, e da lì prese il via un’indagine ingrossatasi. (Il Mattino)

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