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Battipaglia, occupazione demanio camping: Tar dice no allo sgombero Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

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Battipaglia. Nessuna decadenza per la concessione demaniale e nessuno sgombero per il proprietario di una struttura turistica in località Lago. A deciderlo è il Tar.

La struttura turistica è in esercizio da diversi anni su area demaniale e presso la stessa sono state realizzate diverse opere edilizie in assenza di autorizzazione e per le quali, nel corso degli anni, è stata presentata domanda di condono edilizio. Al centro della vicenda proprio il diniego di condono emesso dal Comune di Battipaglia nel febbraio 2016, a seguito della nota della Soprintendenza competente che aveva espresso parere contrario al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica prodromica all’accoglimento delle istanze, seguito dal provvedimento di immediata decadenza della concessione demaniale rilasciata nel 2008, il divieto di prosecuzione dell’attività di campeggio e il provvedimento mediante il quale è intimato il rilascio dell’area oggetto di concessione.

A marzo dello stesso anno, il proprietario ha comunicato di aver proceduto alla demolizione delle opere realizzate. Le amministrazioni coinvolte nel procedimento, tuttavia, hanno negato il rilascio del provvedimento di sanatoria e hanno adottato il provvedimento di decadenza dalla concessione demaniale, ravvisando il cattivo uso del bene dato in concessione e il venire meno dell’intuitu personae che connota il rapporto giuridico fra concedente e concessionario, intimando, infine, lo sgombero delle aree. Da qui il ricorso del proprietario dell’attività contro il diniego di condono e i ricorsi aggiunti contro i provvedimenti adottati successivamente, contro cui si sono costituiti sia il Comune di Battipaglia che il Ministero per i beni e le Attività culturali.

Il rigetto da parte del Tar ha riguardato il ricorso principale, per il quale il ricorrente ha dichiarato, con memoria depositata il 24 luglio di quest’anno, la sopravvenuta carenza di interesse ad una decisione, avendo già provveduto alla demolizione delle opere.

Con il primo ricorso per motivi aggiunti, si è accertato, invece, che la misura del provvedimento di decadenza della concessione sarebbe stata adottata in spregio ai principi di ragionevolezza e proporzionalità, oltre che del requisito di definitiva compromissione del proficuo conseguimento del rapporto. Le opere contestate, infatti, “sarebbero poche e marginali e realizzate oltre trent’anni fa, peraltro non dal ricorrente ma dal suo dante in causa. Esse sarebbero state, inoltre, anche demolite”.  Non sarebbe neanche stata accordata una proroga al concessionario, pur ammissibile proprio al fine di consentire l’eliminazione dell’abuso commesso, né si sarebbe tenuto adeguatamente conto della circostanza che il ricorrente, pur non avendo realizzato gli abusi, si sarebbe adoperato proficuamente per la loro rimozione. Prima di procedere alla declaratoria di decadenza, inoltre, sarebbe stato necessario diffidare il concessionario per dargli modo di non perseverare nella condotta inadempiente. L’amministrazione, inoltre, non avrebbe preso adeguatamente posizione sulle memorie presentate nel corso del procedimento.  Si puntualizza la sussistenza di ulteriori profili di eccesso di potere, per sviamento, erroneità e perplessità, per avere l’amministrazione atteso ben 30 anni prima di sanzionare l’abuso commesso, così dimostrando un certo “disinteresse” per quel cattivo uso, poi contestato al destinatario della decadenza.

E’ stato poi impugnato il provvedimento che ha disposto il divieto di prosecuzione dell’attività svolta, evidenziando il difetto del presupposto, costituito dalla pronunciata decadenza dalla concessione, in caso di accoglimento delle deduzioni prima sintetizzate. Contestata anche l’illegittimità del provvedimento per contraddittorietà dello stesso. Secondo l’interessato, l’amministrazione avrebbe riconosciuto la sussistenza dei titoli edilizi, poiché essa avrebbe affermato – nel contestare la falsità della dichiarazione di parte, contenuta nella S.C.I.A. necessaria allo svolgimento dell’attività commerciale – che “i titoli edilizi posseduti non sono conformi alla legge e ai regolamenti”, ammettendo così la presenza e il possesso di titoli edilizi, in presenza dei quali, ove illegittimi, la P.A. avrebbe dovuto agire in autotutela, se avesse voluto inibire la prosecuzione dell’attività commerciale. Viene lamentato, anche con riferimento a questo provvedimento, che per ben 30 anni la P.A. ha consentito l’espletamento dell’attività d’impresa sull’area demaniale, ponendosi in contrasto, pertanto, il provvedimento gravato con la condotta tenuta dall’amministrazione procedente sino a quel momento.

Con il secondo ricorso per motivi aggiunti, viene impugnato il provvedimento con il quale si ordina lo sgombero dell’area. Si deduce, in particolare, l’illegittimità in via derivata di questo atto, oltre che la sua illegittimità per vizi propri. Il provvedimento va annullato, dunque, salvo ulteriore potere dell’amministrazione a determinarsi sul prosieguo del rapporto concessorio.

Il Tar ha dunque compensato le spese di giudizio per controvertibilità delle questioni e per i profili di peculiarità propri della vicenda.  

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