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Decreto Dignità, una legge contro la ludopatia o contro il settore del gioco? Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

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La legge 96 del 2018, meglio conosciuta come il Decreto Dignità, ha sollevato la ritrosia degli industriali toccati da diversi punti del provvedimento, su tutti la riduzione degli anni per i contratti a tempo determinato e il contrasto alla delocalizzazione delle imprese. A settembre i toni si sono inaspriti e una pioggia di critiche è caduta sul vicepremier in quota 5 Stelle Luigi Di Maio, padre putativo e de facto del DL, gli imprenditori di Veneto, Trentino-Alto Adige ed Emilia hanno addirittura parlato di “ideologia dannosa”.

A stemperare la situazione di freddezza ci ha pensato il presidente di Confindustria del Veneto Matteo Zoppas auspicando l’apertura di una stagione di dialogo che non si presti alle generalizzazioni sugli imprenditori. Intervistato dal Corriere della Sera Di Maio ha chiarito: “Il decreto Dignità, ribadisco, non è una misura contro le imprese, è una misura che mette un freno alla deriva dell’utilizzo dei contratti a tempo determinato. I contratti di un giorno, una settimana o di qualche mese mortificano i lavoratori ma neanche aiutano le imprese. Le imprese che realmente investono sui lavoratori non avranno problemi ad uniformarsi alla nuova normativa. […]Ribadisco noi non siamo contro l’imprese, siamo per l’impresa che cresce e genera ricchezza tutelando il lavoro”.

Un settore però non trova ancora pace nel tiro alla fune con il “governo del cambiamento” ed è l’industria del gioco d’azzardo che si sente vessata dal provvedimento. Di Maio è stato irruento nel suo presentare la legge, non a caso il nome “Dignità” deriva dal concetto di recupero della dignità, che presuppone un’assenza di essa. Se il vicepremier campano ha dovuto e dovrà cedere qualcosa per non perdere le industrie del nord (e relativi consensi di quella parte d’Italia in cui M5S va molto peggio che a sud) riguardo all’azione di contrasto del gioco d’azzardo compulsivo non si accettano dialoghi.

Di Maio non sarà contro gli imprenditori ma quella che ha promosso è una legge anti-gioco che ne vieta ogni forma di pubblicità, diretta o indiretta, e sponsorizzazione. Sintetizzando all’osso il contenuto dell’articolo 9 del provvedimento abbiamo il divieto totale di reclamizzazione: per la pubblicità sarà possibile rispettare i contratti stipulati prima dell’entrata in vigore del decreto ma non oltre un anno; per le sponsorizzazioni si potranno rispettare quei contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della legge ma solo fino al 1° gennaio 2019. Per sottolineare i toni utilizzati da Di Maio ecco una risposta che rilasciò ai microfoni del Fatto Quotidiano in merito ai contratti di sponsorizzazione: “Le aziende corrono a sottoscrivere contratti prima che con il DL entri in vigore il divieto di pubblicità al gioco d’azzardo. Potenzieremo la norma transitoria. I contratti stipulati tra l’approvazione del decreto in CDM e la sua pubblicazione non saranno validi. Ma entro il 2019 cadranno tutti”.

Le posizioni sono contrastanti, muovendo in questa direzione Di Maio ritiene che si contrasterà la nascita di nuovi giocatori e, a lungo termine, ci sarà una diminuzione dei flussi di gioco. Tutte le parti interessate sono concordi nel ritenere che agire sul gioco patologico sia cosa buona e giusta, abbassare i flussi di gioco è, invece, una mossa controproducente considerato che si andrebbe a ridurre anche il fondo destinato allo Stato (senza garanzia di riuscire ad incidere sui casi di ludopatia).

Non dobbiamo dimenticare che l’industria del gioco non è composta da poche società legate solo al proprio interesse, bensì, nell’ordine, da: 6 mila imprese e 150 mila addetti; quasi 100 miliardi giocati complessivamente e circa 19 miliardi versati allo Stato; 1.333 locali per scommesse sportive, 2016 sale bingo, 237 per i giochi d’ippica e 3.160 per le scommesse ippiche, 34 mila ricevitorie del lotto, 63 punti vendita per i biglietti delle lotterie, 85 mila esercizi commerciali muniti di slot, 5 mila sale videolottery, 33.800 locali per i giochi a totalizzatore. Va aggiunto al quadro anche tutto l’indotto dell’online che cresce sempre di più grazie alla riproposizione su smartphone e qualsiasi piattaforma di giochi da casino come le slot machine, il poker, la rouletteecc. oltre alla crescita costante del reparto scommesse sportive sul web.

Il governo non ritiene che ci saranno picchi negativi nei flussi di gioco, almeno per il prossimo lustro. Di sicuro le grandi realtà del gioco vedranno i veri effetti del decreto nel medio lungo termine, cosa che invece non possono dire le società sportive che avevano firmato contratti pluriennali e contavano già sui milioni dei betting partner. Quelle saranno le prime a risentire del decreto, più tardi arriverà il turno dei piccoli esercenti che dovranno installare il lettore per le tessere sanitarie sugli apparecchi in possesso entro il 2020, senza tra l’altro aver ottenuto risposte sulla necessità di leggi più chiare e uniformate sulla distanza da tenere verso luoghi sensibili come le scuole, gli orari di apertura, la quantità di macchine da poter tenere nei locali. Alcune di queste norme sono state proposte dalla SGI, Sistema Gioco Italia (federazione di filiera dell’industria del gioco aderente a Confindustria) durante un’assemblea pubblica risalente a questa estate. Un vero e proprio decalogo di proposte e su tutte una richiesta: il governo ascolti anche le nostre idee.

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