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Angri, in località Avagliana sorgerà centro sociale Pagina Facebook Voce di Strada Profilo Twitter Voce di Strada Profilo Google Plus Voce di Strada

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Angri. Ridare centralità alla zona rurale di Angri. Località Avagliana al centro degli interessi dell’amministrazione Ferraioli. La vecchia struttura che ricorda la ruralità del luogo è da anni in completo stato di abbandono e risulta difficile qualsiasi azione di recupero e di ristrutturazione. Attraverso l’abbattimento e la ricostruzione verrà realizzato un centro sociale che alimenterà l’aggregazione e il ritorno della vita vissuta in quell’area della profonda campagna angrese. Riportare le periferie al centro, far sentire i residenti delle aree rurali della città parte integrante del territorio ed esempio di memoria sociale da rivalutare e da riqualificare. Ritornare ad essere cittadini con gli stessi diritti di chi vive nel centro città, avendo la possibilità di usufruire di servizi adeguati, moderni, di aggregazione sociale, rafforzando il senso di comunità attiva. La vecchia struttura fatiscente sarà abbattuta e dalla sua ricostruzione sorgerà un centro sociale che sarà aperto alle famiglie, agli anziani, ai giovani, che potranno usufruire di spazi comuni in sinergia con la parrocchia e della piccola chiesa presente. Questa mattina il sindaco Cosimo Ferraioli ha effettuato il sopralluogo insieme al consigliere Vincenzo Fasano ed alcuni tecnici, per dare inizio al programma di abbattimento e ricostruzione del vecchio fabbricato.

Non trascuriamo nessuna parte di popolazione angrese, riportando le zone rurali al centro degli interessi di un’amministrazione e di una politica non più lontana dalle periferie. La locazione geografica non deve essere più la discriminante che negli anni ha generato cittadini con diversi diritti ma uguali doveri. Noi azzeriamo il passato ponendo tutti nella stessa considerazione e stessa importanza. In località Avagliana realizzeremo un centro sociale che garantirà il ritorno di una vita sociale che negli anni si è dissolta. Noi vogliamo ridare forza a nuove occasioni di aggregazione, per quella fetta di popolazione che ancora custodisce le radici del nostro passato contadino; saggezza e cultura di un mondo che deve vivere ancora, memore del passato ma nella modernità dei servizi”.

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Attualità

Roma, 11 lug. (askanews) - L’Italia, il Paese più vecchio d’Europa, sta vivendo – e sempre più lo farà – le conseguenze della pressione demografica: aumento del carico di cronicità, disabilità e non autosufficienza. Il sistema, però, ‘resta al palo’ nell’organizzazione di una rete capillare e sostenibile di servizi sul territorio, a partire dalle cure domiciliari: siamo il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda la Long-Term Care, alla quale destiniamo poco più del 10% della spesa sanitaria – a fronte di percentuali che superano il 25% nei Paesi del Nord Europa –, pari a circa 15 miliardi di euro. Di questi, solo 2,3 miliardi (l’1,3% della spesa sanitaria totale) sono destinati all’erogazione di cure domiciliari, con un contributo a carico delle famiglie di circa 76 milioni di euro.

I dati emergono dalla seconda Indagine sull’Assistenza Domiciliare in Italia (ADI): chi la fa, come si fa e buone pratiche, realizzata da Italia Longeva e presentata al Ministero della Salute nel corso della terza edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care. L’Indagine, che ha aperto una finestra sulla Long-Term Care in Europa, completa la panoramica sullo stato dell’arte dell’ADI nelle diverse regioni, avviata nel 2017, includendo ulteriori 23 Aziende Sanitarie, che si sommano alle 12 esaminate lo scorso anno, per un totale di 35 ASL distribuite in 18 Regioni, che offrono servizi territoriali a circa 22 milioni di persone, ossia oltre un terzo della popolazione italiana.
Il trend dell’offerta di cure domiciliari agli anziani si conferma in crescita (+0,2% rispetto al 2016), ma resta ancora un privilegio per pochi: ne gode solo 3,2% degli over65 residenti in Italia, con una forte variabilità a seconda delle aree del Paese, se non all’interno della stessa Regione, per quanto riguarda l’accesso al servizio, le prestazioni erogate rispetto quelle inserite nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), le ore dedicate a ciascun assistito, la natura pubblica o privata degli operatori e il costo pro capite dei servizi. Mediamente, le ASL coinvolte nell’indagine garantiscono ai loro anziani l’87% delle 31 prestazioni a più alta valenza clinico-assistenziale previste nei LEA, arrivando, in alcuni casi, ad offrire fino al 100% dei servizi, come avviene a Catania, Chieti e Salerno. Un’evidente disomogeneità riguarda invece il numero di accessi in un anno – si va da un minimo di 8 ad un massimo di 77 della ASP di Potenza – e le ore di assistenza dedicate al singolo anziano, che oscillano da un minimo di 9 ad un massimo di 75 nella ASL Roma 4. In tutti i casi, si tratta di interventi principalmente a carattere infermieristico e, a seguire, fisioterapico e medico. 
“Questa fotografia – commenta Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva – conferma il dato di fondo rilevato lo scorso anno: mentre la cronicità dilaga e la disabilità diventerà la vera emergenza del futuro – tra dieci anni interesserà 5 milioni di anziani – l’ADI continua ad avere un ruolo marginale e ad essere fortemente sottodimensionata rispetto ai bisogni dei cittadini. Con il risultato che gli anziani continuano ad affollare i Pronto Soccorsi, mentre i familiari sono alla disperata ricerca di badanti cui affidare i propri cari dimessi dall’ospedale, sempre che possano permetterselo".

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